Primi di giugno, siamo a Barcellona per incontrare i “pischelli” del momento. Al posto dei sampietrini trasteverini c’è la sabbia di Barceloneta, le Peroni sono diventate dei succhi tropicali ma l’afa è sempre la stessa.
Carlo e Franco sono seduti ad un tavolo fronte mare. Si godono il sole, i drink e il post serata del primo giorno di Primavera Sound. Nonostante i primi brani fossero fuori da diversi mesi, nell’ultimo periodo l’hype è cresciuto in fretta: l’uscita del primo album, i tour promozionali in radio e tv, il concerto al Mi Ami, i primi sold out…
Ci sediamo con loro e ci studiamo timidamente. Tra una battuta e l’altra ci capiamo al volo: loro non hanno voglia di ritornare su temi ampiamente affrontati e io eviterei volentieri di ascoltare risposte già date. Ce lo dichiariamo subito, è il nostro gentlemen agreement.
Finiamo i drink e ci spostiamo nello spazio Nike che ci ospita. Ci sdraiamo su un tappeto di cuscini vista mare e iniziamo l’intervista. Non ci sono filtri linguistici (romanamente parlando). Prima di iniziare ripercorro il filo logico che mi ero fatto: “le loro canzoni parlano di amicizia, situazioni, condivisione…” decido di stravolgerlo. Provo a separare gli ingredienti.
Voi, chi siete?
C: Io personalmente sono proprio quello che racconto nei miei testi. Parlo di me, sono quello.
Si, ma c’è altro? Ci sono vecchie passioni che hanno ispirato i vostri racconti? Carlo, in quanti ti hanno chiesto qualcosa sul basket?
C: Eh, ma quello è il passato.
Allora torniamo al presente. I vostri testi parlano di condivisione, amicizia, donne. Ma chi siete quando siete soli. C’è qualcosa che non volete condividere? Qualcosa che deve ancora uscire?
F: Magari sì, dipende. Carlo secondo me mette molto più se stesso di me nei testi e penso che la sua personalità esca di più. Io magari i lati più scuri non li ho mai raccontati, mentre lui ha fatto un disco in cui mette a nudo la sua follia, gli aspetti più cupi del suo carattere.
Con Polaroid non abbiamo fatto un lavoro a 360° su di noi. Ci tenevamo a descrivere una situazione, uno stile di vita, un modo di vivere, la nostra generazione. Quindi non sono usciti degli aspetti propriamente intimi. Anzi, sono usciti degli aspetti intimi, ma non nella loro totalità.
Tipo le canzoni d’amore che alla fine non sono canzoni d’amore.
F: Le canzoni tristi nel disco sono tutte canzoni d’amore, ma uno può anche fare delle canzoni tristi che non sono canzoni d’amore. Ecco perché dico che non abbiamo lavorato in profondità su noi stessi.
A proposito del racconto generazionale: in redazione qualcuno ha paragonato il vostro esordio a SxM dei Sangue Misto e ovviamente è partita la discussione…
F: Era un’altra generazione. Quel disco era incazzato, parlava di centri sociali, droga, della tensione, del razzismo. Parlava di quello che c’era in quel periodo. In generale il rap parla sempre del proprio tempo. Noi magari ci siamo concentrati a descrivere altro… però tendenzialmente l’essenza del rap è quella di descrivere e rappresentare i propri tempi. Ci siamo noi che parliamo tramite le nostre istantanee e altri che raccontano, ad esempio, il valore dei soldi. Perché oggi la materialità è importante, quindi magari esce fuori questo aspetto dell’importanza dei soldi molto più spesso che nei testi di vecchia generazione.
Se ci pensi nel ’94 non c’erano i social e quei dischi erano il megafono di un disagio profondo. Voi riuscite a creare empatia ma in realtà diluite il messaggio o non lo esponete proprio.
F: Non critichiamo, non diamo giudizi di valore, per cui è difficile anche attaccarci. Ci limitiamo a descrivere le situazioni, nel loro insieme. Anche se dal nostro punto di vista, ovviamente. Non ci puoi criticare, non c’è qualcuno che può avere una visione diversa. È la nostra fotografia.
In termini assoluti infatti fate una cosa diversa. Si capisce anche dal fatto che siete riusciti a piacere subito alla critica e al “popolo”. Ci sono giornalisti che analizzano le vostre barre, vi paragonano a Pasolini e poi c’è la quattordicenne che vi ascolta e canta a squarciagola.
F: Secondo me molto dipende dalla nostra scrittura: siamo descrittivi. Sappiamo scrivere, almeno penso. È uno stile nostro, particolare. Il fatto di arrivare a un pubblico giovane ci piace, quando la musica riesce ad essere così trasversale, è tutto… (“Senza spocchia eh, che poi non siamo nessuno” aggiunge sotto voce.)
Torniamo su questa scelta: non criticate, ma se ci pensate la stessa Roma che raccontate quanto è criticabile?
F: Non ci interessa. Ci hanno addirittura accusato di essere dei razzisti perché usiamo parole come bangla o rom. Non è così, noi descriviamo la situazione, non c’è nessun giudizio, non ce ne frega niente e non abbiamo nessun interesse ad esprimere una posizione politica. Ci piace descrivere, senza dire se è giusto o sbagliato. E questo nel rap magari non si usa tanto: c’è la traccia contro il sistema, la traccia sulle droghe, il diss… si tende sempre a dare un giudizio o dire la propria, noi ce ne siamo tirati fuori.
Quando fai una scelta così precisa finisci per dare un’impronta decisa al progetto, non avete paura di rimanere schiacciati dal vostro personaggio?
F: Non lo so. Noi continuiamo a fare musica come ci viene di farla. Credo che la naturalezza con cui uno fa le cose venga sempre premiata.
Però allo stesso tempo mi viene in mente Niccolò (Contessa, de I Cani), vi ricordate il periodo subito dopo il primo album? Pensate a che evoluzione ha avuto nel corso dei suoi dischi. Si percepisce la necessità di trattare altri argomenti…
F: Sicuramente proveremo a fare un disco diverso da questo, altrimenti non avrebbe senso. Cambieremo anche nel sound e su questo Carlo sta già lavorando molto. È chiaro che l’hype è pericoloso, sta a noi trovare il modo di rivenderci, evolvere.
C: Forse è anche un discorso precoce. Siamo appena usciti con Polaroid, questo tipo di problema vorrei farmelo tra un annetto. Questa roba tira, quindi continuiamo così.
F: Ci proviamo. Continuiamo e quando ci sentiremo di aver dato tutto cambieremo.
Sono arrivato qui consapevole che sareste stati stufi di rispondere alle solite domande e mi chiedevo se c’è qualcosa che non torna: vi siete mai detti “è semplice, perché non ci arrivano”?
C: Probabilmente tutta questa “romanticheria”. Ci dipingono troppo come “ultimi romantici”, quando in realtà non parliamo di amore ma dei cazzi nostri. La malinconia, il male di vivere non ha nulla a che vedere con il romanticismo.
F: Il romanticismo è un aspetto sicuramente “nostro”, però non c’è solo quello. La cosa che ci interessa è parlare di noi nel nostro insieme. Poi forse la storia dei generi…mi rendo conto che il giornalismo ha bisogno di etichettare: rap, indie e cazzi vari. Noi facciamo rap. Questo è. È rap con una linea melodica. Anche addetti ai lavori che dicono che non facciamo rap…a me sembra rap e pure fatto bene.
C: La modernizzazione del rap. Il rap in un’altra chiave.
Tipo?
F: Già la trap va molto verso il cantato di suo, questo è un percorso parallelo, misto con il cantautorato che ci ha influenzato.
C: La nostra musica non si può categorizzare…“Noccioline” è più trap perché i flow sono trapponi. “Enjoy” è un’altra cosa ancora. È un mix. Un potpourri di tutto. Indie/rap, indie/pop, ogni volta è una cosa diversa.
F: Sfuma a seconda del pezzo.
Quindi quando esce il materiale su cui state lavorando?
F: In questi giorni è già previsto qualcosa.
C: Arriveranno altre polaroid. E poi stiamo lavorando a un altro cd, con un altro sound…molto diverso…
E…
F: Usciamo entrambi sui dischi di Pretty Solero e Ketama. Siamo un grande gruppo, è giusto anche che ognuno abbia il periodo per spingere le proprie cose, è importante che tutti abbiano visibilità. Per cui ci impegneremo a spingere anche il gruppo, che è la cosa più importante.
Ci teniamo molto, vorremmo uscisse sempre fuori. Siamo una famiglia. Siamo fratelli.
Insomma, 126 sempre prima di tutto.